Vissuto a Napoli agli inizi del Seicento, di Monsù Desiderio per oltre tre secoli si  seppe soltanto che aveva dipinto diversi quadri di piccolo formato  e di concezione davvero insolita. A quei tempi infatti dominavano le rappresentazioni di scene storiche o religiose con grandi movimenti di massa. Invece Desiderio aveva accentrato tutto il suo interesse drammatico sulle scenografie, che fanno di solito da sfondo all’avvenimento principale.

Incendio e rovine, 1623

Senza alcun rapporto diretto con edifici realmente esistiti, Desiderio sembra rappresentare sempre la stessa città immaginaria e spettrale, come chi ripeta ogni notte lo stesso sogno.

In questa inquietante città vi sono bizzarri palazzi, chiese e torri, certe volte senza porte e senza finestre, altre volte come trasparenti e sfumati. L’unica differenza che c’è tra un quadro all’altro è che in alcuni gli edifici appaiono intatti, in altri sembrano invece colti sul punto di esplodere: incendi, cataclismi, eruzioni vulcaniche animano e umanizzano queste arcane costruzioni di pietra.

Distruzione di Sodoma e Gomorra

Le figure umane, disseminate qua e là in queste paesaggi mastodontici di edifici sbrecciati e incombenti, appaiono minuscole, indifferenti e totalmente ignare di ciò sta accadendo intorno a loro.

Per molto tempo le tavolette di Desiderio suscitarono sicuramente molta curiosità, ma disperse in collezioni private, non furono mai studiate a fondo.

Fantastic Ruins with Saint Augustine and the Child, 1623

Bisogna arrivare al 1935 perché lo studioso Luis Réau, rimasto profondamente colpito da queste tele a un’esposizione a Vienna e intravedendo un’evidente premonizione del Surrealismo, cominciasse a gettare le basi per scoprire il mistero dietro a questo pittore.

Meno di trent’anni dopo infatti, lo psichiatra belga Félix Sluys e il professore Roberto Causa condussero separatamente delle indagini giungendo a una scoperta davvero singolare: Desiderio si stava sdoppiando come due immagini sotto i loro occhi e la verità, dopo oltre tre secoli, si stava rivelando.

Desiderio non era napoletano come si era sempre creduto, ma proveniva dalla Lorena.

E non era nemmeno un solo pittore: due lorenesi emigrati a Napoli, Didier Barra e François de Nomé, avevano scelto di fare bottega insieme firmando con quell’unico nome, un Monsierur Didier napoletanizzato in Monsù Desiderio. François de Nomé avrebbe poi risentito di un ulteriore sdoppiamento: la schizofrenia.

Questa chiave consente di distinguere nettamente i quadri dei due pittori: i panorami ordinati vanno attribuiti a Didier Barra, le visioni allucinate a Francois de Nomé.

Visione fantastica di una Cattedrale Gotica, 1647 ca. Questo dipinto è da attribuire a Didier Barra.

King Asa of Judah Destroying the Idols. Questo è sicuramente di  François  de Nomé

In epoche lontane ciò che appariva inquietante e misterioso si definiva “prodigio degli dèi”, in altre vi si vedeva l’opera di spiriti e fantasmi, nell’epoca della scienza e della psicologia si spiega tutto con la psicosi. Forse invece quello che è visto come fuori dall’ordinario è solo un modo di percepire la realtà in maniera ultrasensibile.

Che siano il risultano di follia o sogno, resta il fatto che le architetture di Desiderio ci introducono in un mondo allucinato e inquietante, in cui gli esseri umani sembrano totalmente indifferenti ai cataclismi e all‘imminente tragedia che quelli edifici e statue crepate, spezzate e vive ci sembrano mostrare.

Unzione di San Giovanni

Con due secoli di anticipo, i quadri di Desiderio sembrano illustrare in maniera arcana e apocalittica uno dei racconti più celebri di Edgar Allan Poe: La caduta della casa Usher.  Una casa, quella descritta da Poe, viva e morente, collegata in maniera simbiotica  al destino dei due fratelli che vi ci abitano.

E i colori cupi e rosseggianti di alcuni quadri rimandano a un altro visionario avant-garde come non mai e vissuto 80 anni prima: Hieronymus Bosch.

Gli inferi, 1622 ca

Un fascino immutato, demoniaco e imperscrutabile aleggia nelle tele di Desiderio, rendendole più moderne che mai.

Author Bio

Marina Agazzi

Copywriter e fashion designer. Scrivo di moda, arte e cose insolite.