«Non è possibile riepilogare tutti i tentativi di definire ‘mandala”, ‘yantra’ e chakra’. L’uso e la funzione di questi termini sono complessi e non sarà possibile arrivare a una definizione universalmente valida»
(Gudrun Bühnemann)

Mandala e Yantra
l termine mandala è ormai usato così ampiamente da essere usato come sinonimo di “spazio sacro”.
I mandala cerimoniali tendono a essere enormi e visualmente complessi, in molti casi sono grandi abbastanza da poterci entrare e camminarci dentro. Le linee e i circoli esterni rappresentano delle barriere protettive. I mandala sono spesso costruzioni temporanee, realizzate per cerimonie particolari, che poi vengono simbolicamente distrutte. Sono realizzati con spazi di colore e disegni elaborati che spesso comprendono immagini figurative delle divinità che vi dimorano. I mandala di solito descrivono una relazione tra vari esseri o simbolizzano l’intero cosmo.
A differenza di uno yantra, il mandala indù non ha un potere intrinseco fino a quando la divinità non viene evocata in esso.
Gli yantra tradizionali sono rivelazioni. Quando i grandi yogin del passato più antico erano in stato di profonda medita-zione, ciò che udivano erano dei mantra (suoni spirituali) e ciò che vedevano erano degli yantra (diagrammi spirituali).
Yantra si può tradurre pressappoco come “strumento” o “congegno”. Il termine è sufficientemente ampio da includere maledizioni, incantesimi e talismani. La parola sanscrita può essere divisa in due parti: yam, che significa “supportare o “reggere”, e tra, che significa “proteggere” o “liberare”.
Gli yantra, spesso portatili e di piccole dimensioni, possono essere incisi su lastre di metallo o su legno, dipinti su tessuto o su carta e persino indossati come gioielli rituali.

Analisi di un pendente Tibetano
Proveniente dal Nepal, questo pendente in argento l’ho scelto con cura e comprato da Tibet Milano. Cercavo da tempo un pendente a Mandala, ma non volevo una cianfrusaglia. Volevo proprio sceglierlo di persona, “sentirlo” e provarlo.
Ecco un’analisi dei vari simboli racchiusi in questo ciondolo.
Il motivo centrale del pendente è riconducibile al Dharmachakra, la Ruota del Dharma buddhista, inserita in una struttura a mandala. La ruota a otto raggi è uno dei simboli classici dell’insegnamento buddhista e dell’Ottuplice Sentiero.

1. Il cerchio esterno
È il primo elemento che dà al ciondolo la struttura di un mandala: un’immagine organizzata concentricamente intorno a un centro.
Nel simbolismo buddhista il mandala rappresenta un ordine cosmico e spirituale, ma anche una sorta di mappa del percorso interiore: dalla dimensione esterna, più materiale e condizionata, verso un centro di consapevolezza.
Nei mandala tantrici tradizionali i vari anelli hanno funzioni protettive e simboliche.
2. Le quattro porte laterali
Il mandala buddhista tradizionale è spesso concepito come un palazzo sacro quadrato con quattro ingressi, uno per ciascuna direzione. Le quattro porte rappresentano il passaggio dall’esterno al centro sacro.
3. Il quadrato
Il quadrato centrale è il palazzo sacro.
Nella simbologia dei mandala rappresenta uno spazio ordinato, stabile, delimitato: il luogo in cui si manifesta la dimensione sacra. Nei mandala tibetani il palazzo costituisce il nucleo architettonico entro cui si trovano le divinità o il simbolo centrale.
4. La ruota centrale: il Dharmachakra
La ruota ha otto raggi, e questo è praticamente la firma dell’Ottuplice Sentiero buddhista.
I raggi hanno una forma elaborata, a vajra.
Il vajra è un simbolo molto importante nel buddhismo tantrico e indica qualcosa di indistruttibile, adamantino, associato alla realtà ultima e alla conoscenza.
5.Il fiore sotto la ruota: il loto
La ruota si appoggia su un loto aperto, con il gambo che sale verso il centro.
Il loto è uno dei simboli fondamentali del buddhismo: nasce nell’acqua fangosa ma emerge puro e si apre sopra la superficie. È quindi associato a purezza, risveglio e trasformazione spirituale.
La Ruota del Dharma nasce dal loto.
La maggior parte delle informazioni sono tratta da Shakti, di Ekabhumi Charles Ellik, 2016, edizioni Il Punto d’incontro



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