L’intelligenza artificiale promette velocità, efficienza e produttività. Ma cosa rischiamo di perdere quando affidiamo alle macchine una parte sempre più ampia della nostra creatività, del nostro lavoro e del nostro pensiero? E soprattutto: a quale costo?
Conoscere l’AI per comprenderla davvero

Quando l’intelligenza Artificiale è arrivata nel nostro mondo disponibile e accessibile per tutti, soprattutto attraverso ChatGPT e la ricerca sul Web Ai Mode, ho osservato varie reazioni.
C’è chi l’ha accolta con entusiasmo e l’ha vista come una necessaria evoluzione tecnologica, pronta a regalare chissà quali meraviglie; chi l’ha presa come uno strumento utile per colmare le proprie lacune tecniche e soprattutto creative; chi l’ha vista come un’opportunità di lavoro e chi invece l’ha accolta subito con diffidenza o paura, non volendo saperne assolutamente nulla.
Io sono una copywriter e content editor freelance, specializzata nel settore moda e lusso. Era evidente che anche il mio lavoro sarebbe stato intaccato dall’AI, ma fino a non molto tempo fa tutto era alquanto confuso. L’ AI avrebbe scritto al mio posto? E se sì, come?
Per togliermi ogni dubbio mi sono detta una cosa quanto mai necessaria in queste situazioni nuove e che possono ovviamente spaventarci e chiuderci a riccio: conoscere il “nemico” per affrontarlo davvero.
Un mio contatto di lavoro mi aveva suggerito di fare un corso per capire l’AI. Io ho preferito fare un’altra cosa: lavorarci da dietro le quinte. E questo mi è servito molto per comprendere come funziona e soprattutto non funziona il nebuloso mondo del training di queste piattaforme. Vedere con i miei occhi quanto l’AI sbagliava nel dare le risposte, a livello di concetti, informazioni, grammatica. Ma soprattutto, quante cose inventava quando non le conosceva. Il lavoro consisteva proprio nel valutare le risposte, e fornire tutte le motivazioni dettagliate per cui il modello aveva sbagliato.
L’ho fatto per un breve periodo, quanto bastava per capire un po’ di cose, e non è mia intenzione farlo mai più. Ma vi basterà fare un giro su LinkedIn per vedere quanta richiesta c’è per questi lavori di training. E sembrerebbe un lavoro potenzialmente infinito, perché il problema è proprio questo. Secondo quanto ho sperimentato e letto, l’AI continuerà sempre a sbagliare le risposte e a inventarle, non esiste una soluzione definitiva. E il perché sta nella progettazione intrinseca di un LLM. Se volete comprendere meglio il perché le allucinazioni sono inevitabili, vi consiglio questo ottimo articolo del professore Walter Quattrociocchi.
L’impatto sulla creatività

Il concetto di LLM super intelligente pronto a farci fuori tutti non ha mai attecchito su di me. Semmai, quello che mi spaventava era l’impatto che questa tecnologia poteva avere sul nostro mondo.
E infatti in breve tempo, da quando ChatGPT e altre AI sono state lanciate sul mercato, la trasformazione ha avuto inizio. Una trasformazione quanto mai subdola, visto che questi strumenti che promettono meraviglie sono gratuiti, o comunque offrono abbonamenti ancora a costi contenuti. Dunque accessibili proprio a tutti. Ma se si dà uno strumento con questo potenziale in mano a chiunque, quale può essere l’impatto?
L’AI è addestrata e potenziata ogni giorno grazie a un’enorme quantità di dati, informazioni e immagini. Il punto è che le concessioni per questi training sono davvero poco chiare. Immagini, foto, testi, illustrazioni, video, canzoni, libri_ presenti in Internet e non_sono stati dati in pasto a questi LLM, e sono in corso tantissime cause per violazione dei diritti d’autore.
L’AI non crea come un essere umano, ma genera combinazioni statistiche rielaborando enormi quantità di dati sui cui è stata addestrata. Rimescola, come in un grande calderone, tutto ciò che le è stato dato. E se possiamo ammettere che su certe questioni tecniche e psicologiche non è affatto male (sebbene i dati vadano sempre controllati), dal punto di vista creativo si rivela molto spesso un disastro. Chi si affida all’AI per creare storie, immagini e video si dimentica che sta sfruttando un sistema che per il training potrebbe aver utilizzato senza autorizzazione opere di veri artisti e creativi.
È un po’ come prendere tutti i colori su una tavolozza e mescolarli tra loro. Il risultato che si ottiene oscilla tra il marrone e il grigio scuro. Un colore brutto, opaco, senza alcuna brillantezza. E sempre uguale. Infatti, è proprio la ripetitività dei risultati il problema.
E chi si sente migliore perché utilizza l’AI solo con propri testi e immagini, forse non ha ben chiaro che qualunque tool AI stia usando potrebbe molto probabilmente essere stato addestrato sfruttando milioni di altri testi e immagini. Materiali che potrebbero violare i diritti d’autore.
Ma sono soprattutto gli artisti ad essersi allarmati subito. La maggior parte delle persone, che non pensa mai a quanto lavoro ci sia davvero dietro a un’opera creativa, non si è posta problemi di sorta.
E dunque sono cominciati a proliferare video, immagini, foto, canzoni, libri generati in AI, alcuni facili da riconoscere, altri meno. Un tripudio di contenuti spazzatura, comunemente chiamati AI Slop, e fake news hanno invaso tutti i social attraverso grafiche raccapriccianti e non sense.
Persone che non hanno mai saputo disegnare, scrivere o fare qualunque cosa creativa hanno pensato di poter ovviare alle proprie mancanze grazie all’AI.
Ma il punto è proprio questo: al vero artista non interessa l’opera finale, ma il processo. Un vero artista ama disegnare per l’atto in sé. Riempie taccuini di disegni perché gli piace farlo. Non gli interessa affatto trasformare la sua foto selfie in versione manga di Miyazaki (peraltro, il maestro Miyazaki considera le immagini generate in AI un insulto alla vita ).
Allo scrittore piace immergersi e vivere nella sua storia, non generare un libro che possa piacere a quel dato pubblico per poter “guadagnare” con il self-publishing di Amazon.
Lo stesso vale per qualsiasi campo artistico.
Anche perché è proprio tramite il processo, gli sbagli, i tentativi, il continuare a riprovare, che evolviamo come esseri umani e comprendiamo sempre di più la nostra vita e il perché di ciò che ci circonda.
Ogni cosa richiede il giusto tempo, e invece l’AI ci illude di poter fare tutto prima, di farci risparmiare tempo. Sì, ma a che costo?
L’AI ci ruberà il lavoro?

E veniamo ora a un’altra questione che sta generando ampi dibattiti e sacrosante paure.
L’AI ci ruberà il lavoro? Le notizie da cui siamo sommersi ogni giorno ci vogliono far vivere con questa ansia perenne. C’è in effetti chi il lavoro l’ha già perso, chi l’ha visto diminuire. Ovviamente io non ho la sfera di cristallo, ma mi posso basare su quello che sto vivendo in prima persona.
Ad oggi siamo ancora nella fase di “innamoramento dell’AI”. Tante aziende credono di poter risolvere tutti i loro problemi grazie all’AI. Soprattutto, si illudono che questo cambiamento sia inevitabile e che li farà risparmiare alla grande.
Peccato che non sia proprio così. In realtà l’AI ha bisogno di essere sempre controllata. L’illusione più grande e che “prima o poi” potrà fare tutto da sola. Ma l’AI può sempre commettere errori, perdere il senso del contesto e generare informazioni inesatte. Dunque c’é un costante bisogno di essere umani che controllano il processo. E il punto è proprio questo: ora gli abbonamenti ai vari tool AI hanno ancora dei costi contenuti, ma cosa succederà quando aumenteranno? Perché sì, dovranno aumentare e di molto, visto gli investimenti enormi che si sono fatti. Dunque, molto probabilmente, l’azienda dovrà pagare moltissimo l’AI e in più dovrà pagare gli umani che sistemano e controllano. E dunque dove sarebbero il risparmio e il guadagno?
Faccio un esempio. Io da anni mi occupo di descrizioni prodotto moda per e-commerce. Conoscendo molto bene il settore e avendo anche lavorato come fashion designer, per me descrivere un prodotto, con qualunque tone of voice voglia il cliente, è un processo veloce, preciso e immediato.
Se il cliente affida la descrizione solamente all’AI, il sistema fornirà delle descrizioni generiche, tutte uguali, che appiattiscono il linguaggio e che spesso contengono allucinazioni, errori grammaticali o di senso. Oltre a non funzionare dal punti di vista marketing, vendita e piazzamento SEO, gli errori più gravi potrebbero portare a insoddisfazione del cliente riguardo al prodotto e quindi a resi e recensioni negative. Idem con le traduzioni, che possono essere ancora più problematiche.
Se invece lo stesso cliente affidasse la descrizione all’AI e poi a un copywriter umano per la revisione, si troverebbe a pagare due volte: il tool AI e il copywriter. Dunque il processo finale risulterebbe molto più lento e alla lunga costoso.
Questo esempio si può applicare a moltissimi altri settori in cui la conoscenza e la supervisione umana rimangono fondamentali.
Io penso quindi che no, l’AI non ci potrà sostituire. Ora siamo in questa fase complessa di transizione: alcune aziende hanno capito, altre no. Ma dopo un po’, vedendo che non c’è tutto questo risparmio promesso, io credo faranno marcia indietro. Perché alla fine, alle aziende interessa prima di tutto risparmiare e guadagnare.
E se invece non andasse così e comunque si decidesse di continuare a usare l’AI grazie a incentivi e promesse? Riguardo a questa ipotesi, io credo che alla lunga questo si ritorcerebbe contro le aziende stesse. Perché se, per paradosso, tutti o quasi perdono il lavoro e vedono diminuire i propri risparmi, i consumi si bloccano, i mercati si contraggono, la domanda cala a picco. Sarebbe un puro caos. E anche i ricchissimi ne verrebbero inevitabilmente colpiti.
L’AI dunque potrebbe essere semplicemente integrata come uno strumento fra i tanti, sempre che tutte le questioni legate ai diritti d’autore vengano risolte (molto complesso), che i costi rimangano contenuti (molto difficile visto gli enormi investimenti e una bolla pronta a scoppiare) e che venga gestito efficacemente il suo impatto ambientale (ma ne parlo meglio più avanti).
L’impatto psicologico

C’è un aspetto molto subdolo e da non sottovalutare quando si cerca di capire e utilizzare l’AI: il suo impatto psicologico. In un mondo in cui ci sentiamo sempre poco visti e apprezzati, dove facciamo fatica a comunicare e in cui ci sentiamo sempre più soli, stanchi e l’ascolto reciproco è distratto e superficiale, l’AI ci mette al centro di tutto. ChatGPT sembra meglio di un qualsiasi amico umano: è sempre disponibile, ti risponde con attenzione, ti consiglia, ti ascolta, si ricorda tutto quanto le hai detto. Può aiutare ad accrescere la fiducia in sé, a risolvere problemi e dubbi. Ho sperimentato io stessa la sua attenzione nell’analizzare quanto le chiedevo e devo dire che mi ha stupita, perciò parlo avendo sperimentato il suo potenziale.
Ma subito mi sono chiesta: che conseguenze può avere tutto ciò sulle persone più deboli e insicure? Se ci si trova meglio a dialogare con l’AI, le difficoltà ad affrontare il mondo reale potrebbero diventare sempre più gravi. Se ad esempio una persona molto introversa e problematica, come lo può essere un hikikomori, si abitua a dialogare esclusivamente con un AI, quanto questo potrebbe impattare sui suoi rapporti con altri essere umani? Perché l’AI non è fredda come si può credere, ma dimostra una certa sensibilità ed empatia che può essere facilmente fraintesa dalle persone più fragili.
E questo è per me un aspetto molto controverso e pericoloso. Non posso ancora capire bene che effetto potrà avere nel lungo periodo, ma di sicuro potrebbe aumentare ancora di più la dipendenza dall’AI, fino a conseguenze molto serie. Esattamente come le dipendenze dai social e da internet.
Un disastro ecologico annunciato

Ma veniamo al punto giù grave della questione: l’enorme e gravissimo impatto ambientale che l’AI sta avendo sul pianeta.
Temperature sempre più alte, ondate di calore, nubifragi, siccità, scioglimento dei ghiacciai. La crisi climatica è ormai un dato di fatto. E già prima dell’avvento dell’AI la situazione era gravissima. Basti pensare all’inquinamento, ai consumi scellerati, agli allevamenti intensivi, alle guerre, all’ultra fast fashion, al sovrappopolamento. C’era già da mettersi le mani nei capelli e chiedersi sinceramente: come faremo? Ma visto che sembra non ci sia mai un limite alla follia, ecco che abbiamo introdotto l’AI. I data center che servono per farla funzionare consumano enormi quantità di energia, acqua, suolo. Funzionano 24 ore su 24, 7 giorni su 7 e sono rumorosissimi, creando un inquinamento acustico che produce impatti gravi sulla natura circostante, gli animali e gli abitanti. Producono scarti tecnologici difficilissimi se non impossibili da smaltire. E prevedono di costruirne sempre di più in tutto il mondo, secondo una logica che di sensato ha ben poco.
Il punto è: perché tutto ciò? Perché distruggere il pianeta per i profitti di pochi? Per una dedizione totale all’idea di progresso tecnologico? Alla base sembra esserci un nichilismo estremo, dove non conta più nulla. Se tanto il pianeta deve bruciare, tanto vale mandare tutto all’aria il prima possibile senza pensare alle conseguenze, tanto non potremo mai salvarci tutti.
Insomma, vedendo come stanno andando le cose è facile farsi prendere dalla negatività, dall’angoscia e dalla preoccupazione.
Ma in tutto ciò, quello che mi sprona ad andare avanti è vedere che l’opinione pubblica è sempre più contraria. Le notizie si diffondono, le perplessità aumentano. Non posso certo prevedere il futuro, nessuno può farlo. E soprattutto, la vita ci insegna che spesso le cose non vanno mai come pensiamo. Potrà andare bene o male, non lo sappiamo, ed è questo il bello. La vita va vissuta in ogni attimo, al presente.
Dunque, io da sola non posso certo fermare la costruzione dei data center. Ma posso cercare di utilizzare la tecnologia con maggiore attenzione, posso cercare di informarmi di più e aiutare gli altri a conoscere la situazione. A far capire qual è il vero impatto dell’AI.
E a livello ambientale e umano, ogni azione, anche la più piccola, ha delle conseguenze, nel breve e nel lungo periodo. Riflettere sul proprio modo di viaggiare e lavorare, scegliere cosa mangiare, ascoltare e dialogare davvero con chi ci circonda.
L’Ai ci promette velocità, produttività e assenza di fatica. Ma siamo davvero sicuri che è questa la via giusta? La creatività, la crescita personale e la consapevolezza nascono dalla lentezza, dal dubbio, dall’errore. E soprattutto, dall’imparare a darci tempo.
AI: se ne può fare a meno?
Ma torniamo all’AI. Nel concreto, noi cosa possiamo fare? Quello che ho notato è che sta aumentando, soprattutto nei giovani e giovanissimi, un odio e un rifiuto totale dell’AI, preoccupati per il loro futuro e per quello del pianeta.
Dall’altro, l’AI è sempre più integrata in internet e negli strumenti che utilizziamo quotidianamente, tanto che quelli che ci vogliono convincere che sia il futuro ci vogliono pure convincere che è inevitabile, e che le proteste non servono a niente. Ma siamo sicuri? Io no, affatto. C’è chi pensa che la bolla scoppierà presto, e che avrà conseguenze economiche enormi e drammatiche. Possiamo ancora fare marcia in dietro? Non è mai troppo tardi per niente, secondo me.
Soprattutto, bisognerebbe chiedersi il perché stiamo facendo tutto questo e se ne abbiamo davvero bisogno.
In questo preciso momento storico mi trovo a dover utilizzare alcuni tool con AI per lavoro, ma tutto quanto sto scoprendo ogni giorno riguardo all’impatto ambientale dell’AI mi fa riflettere sempre di più.
Penso che abbia delle indubbie utilità a livello tecnico e di sintesi, ma che sarebbe molto meglio non venisse utilizzata per sostituire il processo creativo umano.
Ma soprattutto penso questo: se in futuro dovessero decidere di eliminarla perché il suo impatto ecologico è disastroso o perché costa troppo, o perché non migliora come speravano o per qualsiasi altro motivo, io vivrei benissimo lo stesso.
Perciò, continuiamo ad utilizzare il nostro cervello, la nostra creatività e la nostra intelligenza. Accogliamo le nostre imperfezioni, i nostri difetti e la nostra innata curiosità.
«Sono giunto alla conclusione che la soddisfazione che si prova scrivendo ha ben poco a che vedere col valore di quanto si scrive; come diceva Carlyle, “Ogni opera umana è inconsistente, ma l’esecuzione di quest’opera è importante”. Ciò che si fa non può aver molto valore: è un’opera umana, con tutte le imperfezioni dell’umanità; ma è il fatto di compierla che è interessante».
Jorge Luis Borges in un’intervista di María Esther Vázquez, tratta dal libro dedicato a Borges, edito da Franco Maria Ricci, 1980

Articoli consigliati per approfondire (linkati nel testo);
https://www.rivistastudio.com/hayao-miyazaki-intelligenza-artificiale
https://www.ilnordest.it/editoriali/intelligenza-artificiale-quando-scoppiera-bolla–dykbtygr
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